Psicologi e politica

25 GEN 2019

Gli Psicologi come categoria ovviamente non fanno politica mettendosi nel gioco dei partiti. Però tutti abbiamo a che fare e dobbiamo confrontarci con la politica, che determina – attraverso le Istituzioni ((Governo, Parlamento, Regioni, ecc.) – le scelte per il vivere sociale e la nostra professione.

La mia idea è che dovremmo importare molta più “buona Psicologia” nella politica e meno difetti della politica nella Professione.

Per quanto riguarda il primo punto penso a quanto gli studi di Psicologia sociale e di comunità avrebbero potuto aiutare a gestire meglio il tema immigrazione, o agli studi sui processi decisionali nel campo dei vaccini e degli stili di vita, o alla psicologia economica, alla gestione dei conflitti, al benessere sociale e così via. Gli esempi sono veramente molti e ci dicono che sinora non siamo riusciti a fare abbastanza “cultura” come categoria, e a proporre il nostro sapere e saper fare nei temi cruciali con quella autorevolezza che consente di non essere strumentalizzati dal gioco politico.

Su questo possiamo fare di più ed ora ci sarebbero le condizioni per farlo. Infatti in questi ultimi anni abbiamo fatto un significativo salto di qualità nello spessore e visibilità della Professione: penso al Tavolo per la Psicologia al Ministero della Salute (che ci ha consentito di mettere tanta Psicologia nei LEA e nel Piano Nazionale della Cronicità), al riconoscimento come professione che si occupa di salute nella Legge 3/2018, al Tavolo avviato al MIUR per la scuola, al lavoro avviato con diversi Ministeri e con la Conferenza delle Regioni, al protocollo firmato con l’ANCI per inserire gli Psicologi nei servizi comunali e cosi via. L’elenco sarebbe molto lungo e gli effetti di tutta questa attività si concretizzeranno nel prossimi mesi ed anni e daranno più dignità e lavoro agli Psicologi.

Tutto questo è stato possibile perché, attraverso molte importanti iniziative e la corretta divulgazione delle nostre evidenze, ci siamo presentati in modo autorevole e credibile ai nostri interlocutori (la politica, le Istituzioni, il management, le altre professioni). Non esistono, infatti “governi amici”, la coperta è sempre troppo stretta e nessuno ti regala nulla, te lo devi saper conquistare, spesso superando una accanita concorrenza o (nel nostro caso) una visione ancora parziale di quello che facciamo.

Non c’è dubbio che dobbiamo proseguire su questa strada e incrementarla, e dobbiamo anche evitare l’errore di dare per scontato dove siamo arrivati: si può andare avanti ma anche tornare indietro.

Per evitare questo dobbiamo stare attenti a non imitare troppo i difetti della politica. Oggi – e lo dico senza volermi schierare, come lettura da cittadino – siamo abituati ad uno scontro politico serrato all’insegna del “vaffa” che ha più o meno contagiato tutti. Con l’idea che io devo prendere il tuo posto e mandarti a casa, anche se poi si è costretti a governare col proprio avversario come dimostra l’attuale situazione. Gli insulti si mischiano alle promesse: in entrambi i casi sembra più bravo chi insulta e promette di più. E’ un clima contagioso, e lo vediamo in molti modi nella società.

Tuttavia in politica questo sembra funzionale e comunque chi va al governo ha le leve per decidere, può cambiare le leggi, definire i bilanci, mantenere (più o meno) le promesse. In una parola ha la libertà di governare (con dei limiti, ma ce l’ha).

Ma è questa la condizione di una professione? Siamo noi, attraverso il nostro governo (l’Ordine) che prendiamo le decisioni fondamentali per la professione? Basta guardare l’elenco dei successi che ho fatto sopra per rendersi conto che noi abbiamo fatto la nostra parte ma se non avessimo convinto i nostri interlocutori (che decidono) non sarebbe accaduto quasi nulla.

Le leggi, le normative, gli stanziamenti sulle nostre attività non li facciamo noi (è bene ricordarselo): noi possiamo e dobbiamo fare al meglio la nostra parte, essere forti ed autorevoli, preparare proposte serie, essere interlocutori credibili per il Paese.

Per questo non ci servono gli estremismi della politica, anzi ci possono fare gran danno, dentro e fuori la Professione. Dentro perché impoveriscono il confronto ed emarginano chi vuole una dialettica più costruttiva, fuori perché viene letto in modo negativo dall’esterno, rischiando di apparire un aggregato ancora immaturo nella qualità di confronto che esprime, e quindi poco affidabile. E questo appare ancora più grave nel nostro caso, che dovremmo essere portatori del benessere relazionale e della gestione del conflitto.

Arrivati a trent’anni (1989-2019), dobbiamo anche saper abbandonare radicati individualismi o eccessive chiusure egoistiche e collaborare, confrontarci, perché ci serve l’energia e l’intelligenza di tutti per consolidare il percorso fatto e mettere mano ad una serie di criticità che solo ora abbiamo potenzialmente la forza di affrontare (a partire dai percorsi formativi, programmazione e accesso all’Ordine, presenza nelle grandi scelte che ci riguardano, sviluppo di nuovi settori di lavoro, rapporti con altre figure e professioni) che ormai sono ineludibili.

Concludo con un esempio. La legge 24/2017 prescrive che tutti i professionisti che si occupano di salute svolgano la propria attività in base a linee guida che dovranno essere scritte dalle società scientifiche accreditate dal Ministero della Salute. Immaginate se non ci fossimo in questa partita. Le linee guida per tutti i problemi psicologici verrebbero scritte da altri. Il CNOP ha seguito la partita e oggi abbiamo oltre 20 società scientifiche accreditate che dobbiamo aiutare a fare rete e a misurarsi con un lavoro in gran parte nuovo per noi. Ecco, crescere significa misurarsi senza complessi di inferiorità ma anche senza presunzione con queste e con altre importanti sfide.

David Lazzari

 

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